CGIE: Queremos parlamentarios que vivan en sus circunscripciones

VOGLIAMO DICIOTTO PARLAMENTARI RESIDENTI NEI NOSTRI TERRITORI

COMUNICATO STAMPA

NON VOGLIAMO FOSSILIZZARCI SULLA RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE ESTERA, MA CHE A RAPPRESENTARCI SIANO DICIOTTO PARLAMENTARI RESIDENTI NEI NOSTRI TERRITORI

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha seguito con particolare interesse il lavoro svolto dalla commissione Affari costituzionali della Camera, in merito alla nuova proposta di riforma
della legge elettorale nazionale, il “Rosatellum 2.0”, che ha approvato un emendamento a firma di Maurizio Lupi (Ap), che precisa alcune norme sulla circoscrizione estero.

La stessa proposta, tanto attesa, inizierà l’iter parlamentare già domani pomeriggio alla Camera dei Deputati.

Esistono profonde perplessità sulla modifica di un principio di fondo, che riguarda le candidature nella circoscrizione estero di cittadini italiani non iscritti all’AIRE, contravvenendo alla specificità della rappresentanza politica della circoscrizione estero sulla quale già in
passato il CGIE aveva chiesto un parere pro veritate.

L’attuale proposta che prevede, inoltre, l’impossibilità dei cittadini italiani residenti all’estero di potersi candidare nei collegi elettorali
italiani, è indice di una disparità di diritti. Differenziare i diritti politici di cinque milioni e mezzo di cittadini italiani residenti all’estero dal resto del corpo elettorale riporterebbe indietro le
istituzioni del nostro paese.

Riprendendo alcune notizie d’agenzia stampa si evince che l’emendamento proposto stabilisce ” … il candidato per la circoscrizione estero non può essere candidato in alcun collegio
plurinominale o uninominale del territorio nazionale” e che “gli elettori residenti in Italia possono essere candidati in una sola ripartizione della circoscrizione estero; gli elettori
residenti all’estero possono essere candidati solo nella ripartizione della circoscrizione estero“.

Questa norma prefigura l’approvazione di un ulteriore emendamento del relatore all’articolo 4, che introduce un nuovo comma alla legge per l’ esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero, per evitare che parlamentari di un Paese straniero, magari indagati, possano conquistare un seggio estero nel nostro Paese.

Il nuovo comma così recita: “Gli elettori che ricoprono o che hanno ricoperto nei 10 anni precedenti la data delle elezioni cariche di governo e cariche politiche elettive a qualsiasi livello o incarichi nella magistratura o cariche nelle Forze armate in un paese della circoscrizione estero, non possono essere candidati per le elezioni alla Camera deputati o al Senato della Repubblica nella  circoscrizione estero“.

Fermo restando gli interessi delle forze politiche presenti nel parlamento italiano ad approvare una legge elettorale condivisa dalla maggior parte di esse, utile e necessaria per creare le
condizioni della governabilità e della stabilità delle istituzioni, si richiamano i gruppi parlamentari alle ragioni e alle motivazioni che hanno portato alla modifica di alcuni articoli della Costituzione e all’approvazione della legge 459 del 27 dicembre 2001, che stabilisce i requisiti e le modalità per l’esercizio attivo e passivo del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività.

Ci chiediamo perché a dieci anni di distanza dalla presenza dei diciotto parlamentari eletti nella circoscrizione estero, invece di migliorare le procedure per rendere più trasparente e sicuro il
voto per corrispondenza, e favorire la partecipazione elettorale dei numerosi cittadini in mobilità – come è già avvenuto in occasione del recente referendum costituzionale sulla riforma della Costituzione repubblicana – il cui numero aumenta in maniera esponenziale
tanto d’aver superato il milione nell’ultimo lustro, si intendono apportare delle modifiche alla struttura portante che contraddicono lo spirito istitutivo della circoscrizione estero.

Una riflessione più approfondita su una rappresentanza diversa da quella costituita è necessaria, perché è giunto il tempo di porre a verifica l’esito di questa esperienza durata dieci anni, ma quella a cui si fa riferimento nel nuovo testo è premonitrice di una visione contrastante con le intuizioni del legislatore, che a cinquant’anni di distanza dall’entrata in vigore della Costituzione volle colmare un’anomalia, che aveva de facto tenuto lontano dalle decisioni politiche milioni di italiani residenti all’estero.

Positiva è la proposta di evitare l’elezione nel parlamento italiano di parlamentari, magistrati e indagati residenti all’estero, perché oltre ad essere opportuna è necessaria.

Il difficile lavoro di ammodernamento, che passa anche attraverso la legge elettorale, va sostenuto per ridare al nostro paese più smalto e autorevolezza; ribadire il rispetto dei principi elettorali della circoscrizione estero non significa fossilizzarsi sull’esistente e neanche rivendicare ottusamente “Dio me l’ha dato e guai a chi me lo tocca”, ma è un puro e semplice atto di rispetto verso chi, a ragione, ha degli interessi e chiede che questi vengano
rappresentati da chi li vive e ha maggiori ragioni per rappresentarli.

Il Segretario Generale CGIE
Michele Schiavone

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